Rilancio il post di Fabrizio Centofanti perché mostra per immagini quanto si stava discutendo a proposito delle Aziende In-visibili e di come l'innovazione e la creatività siano legate alla possibilità di cambiare prospettiva, di uscire da un unico punto di vista, di contaminarsi con altre appartenenza...
E’ estate certo, fa caldo certo, ma non è un buon motivo per non leggere, concorderete con me. Di fatto le statistiche affermano che in estate si legge di più. Da qui l’invito a leggere le tre proposte selezionate da Ibridamenti per Ibridaprosa. Il tema è la libertà in rete. Per questo tema i partecipanti hanno privilegiato l’interazione tra la narrativa e la multimedialità. Un grazie a tutti i narratori.
1) Nel testo di Kafkjano c’è una sorta di scambio tra la narrativa e le arti visive, leggi mentre guardi il video
La scrittura
sono parole in viaggio.
E le parole (le mie parole)
sono "inquadrate dalla visione
della macchina da presa".
Una riflessione sull'atto del vedere
che non riesce a vedere nulla.
Il corpo, ecco una terra!
Un linguaggio.
In qualunque luogo esso è un altro.
È campo visivo.
In
un
labirinto.
Esistenziale.
Questo soffocare nel corpo.
Fin dentro il
corpo.
Rendendo lontano ciò che è vicino.
Fino all'
incomunicabilità.
Il corpo
che si nutre, si munge.
Peccando se stesso.
Di osceni atti
cannibali.
Un inconscia poetica ispirazione
di carattere suicida.
"sei inutile quanto me..."
disse il perverso al santo.
Eclissi,
di una bella
rosa.
Post Scriptum dalla luna:
la macchina da scrivere
è la metafora della scrittura.
i miei piccoli video
sono piccole scritture.
e quando su fogli scriviamo di noi stessi
a volte, ci si sente
cadere.
come quando nel "non senso" di alcuni sogni.
visionari. incoerenti. intimi. espansi.
senti te stesso
respirare in un altra persona.rativa e il video.
2) Il pezzo, scritto da Morgana è una storia in forma di blog, la nostra autrice ha inventato un blog narrante, lo trovate all’indirizzo liberoinrete.splinder.com
3) Daniele Muriano, lui lo sappiamo come scrive e non ha bisogno di presentazioni, leggerlo è fare un passo avanti nel pensiero, leggerlo è un atto di Ibridazione. Bravo Daniele.
Il gateway
Il suo scopo principale
è quello di veicolare pacchetti.
(Mr. Wikipedia)
Ho letto la traccia per la stesura del racconto il ventisette giugno. Faceva un caldo infernale fino alla periferia dell’anima, che ti fa considerare certi sobborghi psicotici... Così come il sangue irrorando le vene più intime e nascoste le rende frequentate, calde, sanguinolente in caso di ferite. Il corpo ad esempio ha una libertà limitata, non ha la solitudine in certi suoi spazi – come le vene, sempre piene – o una indipendenza che sarebbe ancor più legittima, dalle catastrofi che altri corpi hanno portato nel mondo,ad esempio l’inquinamento acustico.
Il corpo è, in questo senso, connesso e non libero. Ci riflettevo, studiando il mio balcone coabitato da gerani e formiche, che, pur nella loro minuscola ma decisiva importanza per l’ecosistema cui sono connessi, non sono liberi.
I gerani, saldi come fortini, le formiche ordinate, inappuntabilmente in nero, marciano sulle piastrelle; così simili alle auto in strada, poco più grandi di loro da questa vertiginosa prospettiva, e anche loro senza libertà, asservite ai semafori.
Ragioniamo. Che senso avrebbe per me, adoperare un computer portatile da un balcone assolato, in connessione coi sistemi della rete, se non per fare da ponte tra i due sistemi, il mondo e la rete? Rifletto, leggendo la traccia del racconto, concludo: l’uomo è un gateway – per usare una voce tecnica che ho imparato nel mio mestiere – tra la rete e il mondo.
L’uomo – l’utente – connette, non si connette.
Così, il ventisette giugno, fantasticando sul traffico e sulle formiche e sui gerani consunti dal sole, io sposto delle informazioni da un mondo ad un altro. Al Nuovo Mondo, il più nuovo perlomeno.
La domanda è, se tali informazioni– nel cui aspetto originario sono prive o quasi di libertà, determinate dai fatti, conformi a leggi fisiche, asservite al giudizio estetico – nell’altro mondo, oltre la mia persona – il gateway – depositate ora nelle zone più spurie ed anarchiche della rete, ne guadagnano in libertà. Sì? no?
Lì in basso c’è un motociclista, fermo sul ciglio della strada, guarda il naviglio correre placidamente e sporcamente, io guardo lui. Voi, indirettamente, state guardando il motociclista, attraverso me, il gateway. E’ così?
Ebbene.
E’ un tizio che si definirebbe – nella valutazione d’una precisa etnia, in una data occorrenza geografica, rispetto al gateway – un bel tamarro.
Lo notate sporgersi di là dal parapetto, sputare nel naviglio con determinazione.
Puh.
Lo vedrete attraversare, smarrito e accecato dal sole, nell’istante in cui uno schiacciasassi sfavillante s’affaccerà, da una delle viuzze ad angolo di questo condominio. Guardiamo bene la scena dall’alto, sporgendoci dai gerani e calpestando le formiche.
Il bel tamarro guarda dritto nei fanali il nemico. Si dispone ad affrontare a mani nude lo schiacciasassi, battendo il tacco delle scarpe a terra (potreste, senza un gateway, arrivare così vicino, da sentire il tonfo ruvido e secco delle scarpe? No. E non dovete neanche pensare che la scrittura stessa è il gateway. Se avessi pubblicato questo racconto in un libro, avreste visto il tamarro molto tempo dopo, quando probabilmente il termine tamarro sarà desueto, perché il gateway è l’uomo, la scrittura è invece... non perdiamoci in cose filosofiche).
Il ragazzo ha schiacciato lo schiacciasassi. E’ inverosimile sì, ma è credibilissimo se guardiamo al fatto – ipotizzato e reso verità dal gateway, grazie all’inesistente validazione delle nozioni in rete, e questo lo dicono i giornali e i governi – che il nostro uomo è Hillary Clinton, non un tamarro.
Ecco un’altra caratteristica tecnica del gateway, converte. Cioè deforma.
Hillary Clinton è ora ripartita, con un rombo che fa alzare le orecchie alle lepri del condominio, me compreso che detesto i rumori inutili. Lo schiacciasassi è ridotto a un’informità metallica, liquida, una pozzanghera sulla strada.
E, mi viene in mente, se tutti gateway «saltassero»?
Se l’umanità si estinguesse in un sol colpo. Magari per un ordigno che distrugge gli uomini e non le cose, ce ne saranno in giro negli arsenali.
In tal caso la rete, credo, sarebbe libera in senso assoluto. Le webcam appostate in cima a certi palazzi – non ricordo il sito dove le riprese sono disponibili – continuerebbero a funzionare; le operazioni programmate per certi servizi proseguirebbero. Tuttavia la rete sarebbe libera, svincolata, scollegata dal vecchio mondo, senza più gateway.
E ora, in spregio a tutti i ragionamenti, per evitare malfunzionamenti cognitivi, il nostro gateway va a fare una doccia.
Virtualità significa possibilità di una libertà che non abbiamo mai conosciuto nel mondo off-line. Grazie alle tecnologie digitali, diventa possibile comporre, costruire un mondo artificiale, che ha carattere di singolarità: un mondo che è fatto soltanto per me, o per me e te, un mondo condiviso da un piccolo numero di persone (Franco Berardi)
Si tratta questa volta di dare ali all'immaginazione e di usare il testo per creare nuovi mondi. Perciò lo staff di Ibridamenti vi invita caldamente a partecipare perché abbiamo bisogno di sognare con voi.
Attenzione alla scrittura. Un'attenzione particolare, perchè tutti scriviamo, la rete è piena di parole, i blog lo sono. La scrittura on line, prima non esisteva, la scrittura sul materiale cartaceo, prego non scompaia mai. I temi proposti da IBRIDAPROSA, obiettivi da raggiungere, pigiamo sui tasti, apriamo e imbrattiamo moleskine, fate voi. Un invito alla scrittura dunque, che si sa, noi Italiani scriviamo, non dimentichiamoci di leggere, ma nemmeno di scrivere. Accogliamo i vostri testi, lanciamoli in rete, noi siamo funanboli, e la nostra è una rete virtuale. In realtà non c'è rete, camminiamo sul filo, possiamo cadere e, ve la dico tutta, questo è il bello.
A presto.
Giuseppe Merico
I dettagli del regolamento per partecipare a LIBERI IN RETE sono qui
Ciao a tutti! Vorrei ringraziare Mad, che mi ospita qui a parlare un po' della mia web-esperienza. Da dove cominciare?
Da quando nel 2005 ho aperto un blog un po' per gioco? O meglio parlare di come funzionano le cose adesso, con tutti i feedburner, twitter, anobii, technorati, eccetera eccetera che pare non possano mancare in un blog?
Quando ho aperto il mio spazio web, era un'esperienza un po' insolita, per lo meno per me. Molta gente nemmeno sapeva che cosa fosse un blog. Si diceva "pagina web" per farsi capire. Adesso invece pare che non si possa vivere senza! Tutti hanno uno o più blog, magari da affiancare a una pagina Myspace.
E se non conosci l'ultima diavoleria da inserire nel template per renderlo più funzionale tutti ti guardano strano... Anche se poi il blog si rallenta terribilmente. Comunque, che dire. Il mondo dei blog. Quando ho creato il mio era per gioco, dicevo. Poi però il gioco ha aperto le strade a molti progetti.
Virtualità significa possibilità di una libertà che non abbiamo mai conosciuto nel mondo off-line. Grazie alle tecnologie digitali, diventa possibile comporre, costruire un mondo artificiale, che ha carattere di singolarità: un mondo che è fatto soltanto per me, o per me e te, un mondo condiviso da un piccolo numero di persone (Franco Berardi)
Si tratta questa volta di dare ali all'immaginazione e di usare il testo per creare nuovi mondi. Perciò lo staff di Ibridamenti vi invita caldamente a partecipare perché abbiamo bisogno di sognare con voi.
Tema difficile quello del tempo virtuale. Eppure i testi che le giurie di Ibridapoesia e di Ibridaprosa propongono alla vostra attenzione segnalano lo sforzo fatto per cercare di rendere in versi e in prosa quanto si discute nel Laboratorio Ibridamenti.
Segnaliamo quindi (in ordine alfabetico) per Ibridapoesia:
Requie eterna di Alfredo Riponi lessness
Se del passato il tempo è la misura di Francesca Romana Cetrullo PRESENZA di Stefania Roncari
per Ibridaprosa
Il Tempo ricercato di Federica riuriuchiu
Ore 10,00 di martedì 4 maggio: il dott. Fanzetti, ricercatore specializzando in astrofisica, si è presentato alla porta del mio ufficio con una cartella neanche troppo voluminosa.
-Dottore, lei ha la faccia di chi sta per esclamare “eureka”!
Accendo rabbioso il computer, raggiungo irrequieto la finestra gettando al di là del vetro inutili occhiate, maltrattando il mouse scovo per la quinta volta la casella della posta elettronica. Mentre maledico la lentezza di quest’arnese obsoleto che ho in ufficio, mi preparo all’ennesima sconfitta: “nessun messaggio nuovo”, mi ripeto concitatamente. “Nessun messaggio nuovo” .
“Ricezione posta in corso” recita invece lo schermo indifferente.
Mi sudano le mani. Ma non può essere Gianna, lei non mi scrive più da quattro giorni. Inghiotto a fatica un po’ di saliva, ma la gola è secca. Eccoli, i messaggi: tre mail di lavoro, due spam.
Gianna non mi scrive più da quattro giorni.
Scomparsa, inghiottita in un buco nero e profondo, dove forse finiscono tutte le stelle che implodono in questo grottesco universo parallelo che è la Rete.
Da più di un anno ci scrivevamo ogni giorno, anche più volte al giorno.
Non che io fossi un patito di Internet, tanto meno delle chat. Ci ero capitato per caso, cercando una via di fuga dalla solitudine nera in cui la mia vita mi aveva scaraventato. Era successo dopo una delle tante inutili serate trascorse schiacciando a caso i tasti del telecomando, sbattuto sul divano in compagnia di una birra.
“Tappetovolante”, “Bucaniere82”, “Babydoll”… mentre rimuginavo sarcastico sulla stupidità dei nickname dietro cui la gente si nasconde nelle chat, il suo mi colpì immediatamente nella sua evidente semplicità.
Gianna.
Soltanto Gianna.
Subito entrai in contatto con lei, sforzandomi di controllare l’emozione che mi faceva traballare i caratteri sullo schermo, l’ansia di raccontare, di dirle tutto subito e riempire il silenzio degli ultimi due anni.
No. Non dovevo rischiare di spaventarla, proprio ora che…No.
Due colpi di mouse ben assestati e l’ ansia frenetica con cui mi ero apprestato a scrivere era stata cancellata. Autocontrollo, mi imposi fermamente. Autocontrollo.
Ripresi a scrivere con più calma, con un tono cordiale e argomenti adatti a una conversazione da salotto: lavoro, libri, musica, cinema… non so se ci si debba comportare così nelle chat: era la mia prima esperienza. Ma funzionò. Mi rispose, e dopo solo qualche giorno ci scambiammo le mail private e abbandonammo la chat.
Si firmava sempre “Gianna”, e anch’io uscii un po’ allo scoperto, firmando col mio nome di battesimo: “Paolo”.
Nessun riferimento al passato, no, ma non avevo alcun dubbio che fosse lei: Gianna. Non era la sua voce quella che sentivo, quando leggevo le sue mail, non era il tintinnare della sua risata da bambina? Non era il profumo del suo shampo alla vaniglia quello che ritornava a ondate, come quando le accarezzavo i capelli?
L’avevo ritrovata, ne ero ormai certo.
Anche gli altri, a poco a poco, si erano accorti del mio ritorno alla vita. Mia madre, timidamente, aveva preso il coraggio a due mani per chiedermi se per caso mi vedevo con qualcuna; i colleghi si erano meravigliati quando, dopo tanti rifiuti, avevo nuovamente accettato di andare con loro alla partita.
Ogni sera la mail di Gianna era lì, ad aspettarmi. Ci raccontavamo come avevamo trascorso la giornata, le piccole noie e i contrattempi quotidiani, qualche episodio buffo… del passato mai. Ma a me bastava sapere che lei, in qualche remoto angolo dell’esistenza, ancora esisteva e mi cercava. I suoi grandi e dolci occhi scuri spalancati sulla vita in un eterno stupore, la curva morbida del suo seno fasciato in una maglietta azzurra, le gambe tornite e abbronzate messe in risalto dai calzoncini corti, durante le nostre pedalate estive… “Ricordi Gianna, ricordi…?” avrei voluto scriverle. Ma avevo paura.
La nostra corrispondenza si fece più fitta: ora ci scrivevamo anche durante il giorno, dall’ ufficio.
Iniziai a parlarle dei miei colleghi, degli amici: persone che lei aveva conosciuto. Era impossibile, ormai, che non avesse capito che Paolo ero io. Ma volevo che fosse lei la prima a parlare del passato, a ricordare…
Avevo evitato accuratamente anche di parlare di luoghi: non le chiesi mai da dove mi scrivesse, non volevo saperlo. Lei viveva per me, in un mondo indistinto, sospeso tra realtà, sogno e ricordo. Semplicemente, viva, tra le mie braccia.
Tutto questo durò per circa un anno: un anno di attese mai deluse, di amici, di cravatte nuove. Ripresi persino ad andare in palestra e a mangiare con l’appetito di prima, mentre mia madre mi spiava speranzosa, senza capire che cosa mi stesse succedendo, visto che la sera non uscivo quasi mai.
Poi, quattro giorni fa, Gianna mi ha scritto quella strana mail:
“Non sarebbe ora che ci scambiassimo le fotografie? Mi piacerebbe dare un volto all’amico virtuale con cui chiacchiero ogni giorno… E tu, non sei curioso di vedere come sono?”
La costernazione mi ha raggelato. Come poteva ancora fingere di non avermi riconosciuto? Che fotografie voleva che le mandassi, se ancora dopo un anno si intestardiva a fingere che non ci fossimo mai incontrati?
Ho mandato all’aria ogni residuo di prudenza e le ho risposto di getto:
“Gianna, piccola mia, come puoi chiedermi una cosa del genere? Io so già come sei, ho decine, centinaia di tue fotografie! Ricordi quella che ti ho scattato quattro anni fa al mare, quella che ti piaceva tanto, col bikini rosso… amore, quella è ancora qui, sullo screensaver del mio computer di casa. E in ufficio ho quella col vestito azzurro e il cappello di paglia…”
Sono andato avanti a scrivere per ore, una mail lunghissima in cui ho riversato il silenzio di due anni e tutti i segreti sottintesi alla nostra lunga corrispondenza. Sono stato banale, ricordando il primo bacio e il primo appuntamento; retorico, ripetendo tutte quelle frasi con cui da secoli gli amanti annoiano le amate lontane; asfissiante, tempestandola di domande e richieste sempre più pressanti… Insomma, sono stato tutto quello che un uomo può essere per esasperare una donna, lo so. Ma ero come posseduto da una furia e non potevo smettere, ormai travolto dal vortice dei ricordi che mi volteggiavano intorno, comeusciti da un vaso inopportunamente scoperchiato.
Gianna non mi ha più scritto.
Da cinque giorni, ormai.
Stasera non accenderò il computer, tornando a casa. Non ci saranno mani sudate, tremore, ansia, non ci sarà disillusione.
Perché Gianna non risponderà più.
Inghiottita per sempre, una seconda volta, nel buco nero dell’ignoto.
Perché io non so dove sia, in un mondo virtuale o parallelo, o forse – ma non lo voglio nemmeno pensare - nel nulla…
Una volta credevo, ora non lo so più.
Mi sono anche illuso, in questi ultimi mesi, che con le nuove tecnologie anche loro avessero trovato un modo diverso per tornare.
Ora non lo credo più.
Osservo ad una ad una le tante fotografie che ritraggono Gianna e, per la prima volta dopo un anno, intravedo un’ombra dietro il sorriso radioso sul suo volto abbronzato; lo sguardo splendente trascolora, fino a trasformarsi nel viso di una Gianna pallida, con gli occhi lucidi, che stringe al petto un pacco di reperti di laboratorio e radiografie, con le labbra tremanti e il capo chino, che fa cenno di no…
Da qualche parte, non so dove, un’altra Gianna – non la mia - seduta davanti al computer, con la casella delle mail vuota, si starà chiedendo come ha potuto per un anno scambiare quotidianamente messaggi con un pazzo e non rendersene conto.
Magari, tra qualche giorno proverò a scriverle e le spiegherò tutto. Forse mi risponderà.
Credo che ci siano tempi diversi.Tempi della scrittura visibile, tempi della scrittura "anonima", tempi emotivi in "real time" con i commenti. Ma ci sono anche tempi della presa di coscienza, dell'analisi. Credo che non esista tempo senza pause, che ritengo altrettanto importanti.
Il tempo del blog credo che sia almeno a due livelli, il momento della scrittura di un post, della rilettura, della riflessione sulla base di commenti intelligenti e il tempo dell'evoluzione di quanto hai scritto, pensato e verifichi sulla base dei tempi degli altri. E' chiaro che esiste il tuo tempo personale della vita"reale", chiamiamola cosi', e il tempo delle tue proiezioni "temporali " su fatti ed emozioni ma che ne modificano il significato, con il risultato che forse il "tempo e' il messaggio".
Ovvero e' reale quando il tempo si trasforma in messaggio/post/commento. Poi si dovrebbe fare un parallelo tra il tempo del singolo e il tempo dell'avatar, una specie di ritratto di Dorian Gray alla rovescia... chi invecchia il ritratto blog ol'autore/autrice?
Ma con il ritratto blog si ha un vantaggio enorme... si puo' chiudere, abbandonare come una vecchia bicicletta, perche' diventato troppo poroso, e se ne apre un secondo, magari un terzo, con un tempo nuovo, nel quale si travasa il tempo dell'autore che ha una sua dinamica e velocita' differente, esprimendosi al massimo livello nei punti di incrocio tra i due tempi.
Non "navigo" da molto, navigare ha un concetto di tempo ventoso veloce oppure di bonaccia statica, passeggio nel mondo della blogosfera e mi sono imbattuto spesso in blog abbandonati dove come carcasse si cancellano i conteggi e il numero dei commenti ed entrano nel "tempo" della memoria telematica. Mi sono chiesto perche', mi piacerebbe essere illuminato da chi ne sa di piu'.
Quindi per non tediare, credo che per un meccanismo strano, da indagare, confrontare, si potrebbe parlare di tempo dei tempi e dei loro punti di contatto, del loro separarsi e del loro allontanarsi. Ma noi saremo in grado di essere in sintonia sempre con i tempi diversi?
Un saluto
Ibridamenti è un Laboratorio Sperimentale della Scuola di Dottorato in Scienze del Linguaggio, della Cognizione e della Formazione in collaborazione con Splinder.
La collana Ibridamenti e le attività editoriali sono dirette da
Mario Galzigna che coordina i rapporti con le Università e i privati