01/07/2008
SCRITTURA E VITA
Vorrei raccogliere qui – come nell’esperienza precedente, attraverso i commenti al post – testimonianze e idee sulla scrittura: sulla sua indipendenza e dipendenza, sotto l’aspetto del linguaggio, dal mondo della vita e dal quotidiano
I commenti verranno pubblicati nel corpo del post.
1
Il cuore vivo e indipendente
(di Daniele Muriano)
La letteratura vive di un continuo e mai pieno stato di separazione e di contiguità con la “vita” – e parlando di vita mi riferisco qui agli aspetti legati alla sua rappresentazione (e quindi al linguaggio) ma anche ad un taglio più esistenziale di questa separazione che è il frutto di una particolare scelta di solitudine. Vive dunque sulla sottile soglia sempre in movimento tra dipendenza e indipendenza dal mondo, autonomia ed eteronomia, interesse e indifferenza: e credo che, per quanto concerne il linguaggio e la tecnica scrittoria, chi scrive debba abbeverarsi continuamente alla freschezza della lingua parlata, alla sua propaggine più «sporca» e quotidiana, senza per questo lasciarsi troppo coinvolgere, ammorbare, in una parola impoverire nel linguaggio e nell’indipendenza di questo dai contenuti, dalla forma e dalle leggi di composizione che la comunicazione di massa diffonde attraverso le operazioni commerciali e in particolare quelle che esibiscono il vessillo dell’opera artistica. Penso alla televisione e a certe forme di intrattenimento che, da tempo, insieme alla forza persuasiva delle ragioni del mercato e dei suoi strumenti, entrano prepotentemente nei templi di quegli editori che, soltanto fino a qualche decennio fa, non avrebbero pubblicato della «merce». Perché l’editore di una certa caratura era realmente una seconda «faccia», che accompagnava e autorizzava ad essere dell’autore quella di colui che pubblicava. Oggi, e in Italia, quando chiunque – ma davvero chiunque – pubblica ed è autorizzato a considerarsi autore, l’indipendenza del secondo volto che ha corredato e quasi commentato certe opere di letteratura – l’editore – ha perso la sua autorità, abdicando alle leggi di mercato (e c’è naturalmente chi considera questo fatto un’evoluzione, una specie di progresso per cui democraticamente, finalmente, a tutti è concesso di pubblicare con certi editori che prima erano considerati elitari). Oggi l’indipendenza, l’autonomia minima dalle leggi di mercato che garantisce la qualità e la forza di un’opera, sono quasi totalmente dalla parte dell’autore. Forse oggi quell’arroccarsi, da parte dello scrittore, che è sempre stato il simbolo e un po’ l’aura romantica di chi scrive, è davvero necessario. Credo potrebbe riassumersi in una metafora: «inspirare l’aria fresca della realtà ed espirare per conto proprio, in solitudine, al riparo da altri fiati e venti più forti e accreditati che mischiandosi influenzerebbero la qualità e la direzione del proprio respiro ». E poi, scusate se mi diluisco intorno al discorso dell’indipendenza, ma credo con Foucault che mentre “prima di Mallarmè, scrivere consisteva nello stabilire la propria parola all’interno di una lingua data”, “alla fine del XIX secolo (all’epoca della scoperta della psicoanalisi, o quasi), essa era diventata una parola che inscriveva in sé il suo principio di decifrazione; o, in ogni caso essa supponeva, sotto ciascuna delle sue frasi, sotto ciascuna delle sue parole, il potere di modificare autoritariamente i valori e i significati della lingua alla quale malgrado tutto (e di fatto) essa apparteneva; essa sospendeva il regno della lingua in un gesto attuale di scrittura.” (da “Scritti letterari”).
E il poter “inscrivere in sé il suo principio di decifrazione” non costituisce necessariamente per il linguaggio il suo esilio nell’iperuranio asettico e impermeabile alla “sporcizia” parlata sulla terra, tale a quello di una prosa intellettuale, di un gergo letterario, esoterico che non si abbevera alla freschezza della lingua e si situa per ciò fuori dal tempo presente e dalla storia, implica forse tuttavia il far valere quella «indipendenza» – a livello di contenuti e dunque, io ritengo, a partire dalla forma – dalle regole implicite di composizione che si sono istallate comunemente nell’idea di fiction (sono in particolar modo la subordinazione del linguaggio, cioè della qualità della prosa, alla trama e alla suspence, le quali hanno una spaventosa ricaduta per quanto riguarda la soglia minima di attenzione: tant’è che uno “scrittore” come John Grisham, intervistato in televisione, risponde che un buon libro, come un buon film – mi chiedo a quali “registi” si ispiri, non forse a Lynch – deve nelle sue prime pagine agganciare il lettore con una scena d’azione, e pontificando tutto ciò su Raitre, mentre viene salutato come la star della letteratura neanche somigliasse a Elisabetta Rasy o a David Foster Wallace, ci spiega come lui, da buon scrittore, impiega nove mesi nella pianificazione della storia e della suspence – che parto! – e in tre mesi scrive le centinaia di pagine del romanzo, ovviamente viaggiando per il mondo, perché se lo scrittore non viaggia, come fa, dice John Grisham).
Quella che in altri tempi e oggi in altre parti del mondo è ancora il bene più urgente e prezioso, una indipendenza del linguaggio dalla politica, qui si declina forse in una indipendenza più sottile, da alcune forme mentali più o meno implicitamente dovute affinchè i contenuti siano «fruibili», non oltrepassino la corta soglia di attenzione e la lettura distratta, dove la suspence è un buon rimedio e l’unico motivo per arrivare alla fine del libro, altrimenti irraggiungibile.
Forse, ancora una volta, una prescrizione di solitudine (non il distacco eremitico dalla quotidianità ma la fuga dello “spirito critico” da certi luoghi e parole televisivi e troppo frequentati) che il mito dello scrittore prevede, è necessaria; per dirla con Pessoa: “Vivo in cima a un colle / in una casa imbiancata e solitaria, e questa è la mia definizione”
2
Oltre il riflesso
(di madmapelli)
C'è uno specchio sul quale si riflettono un uomo e un libro in La riproduzione vietata di René Magritte

Per dirla con Andrea Tagliapietra, "fra gli aspetti sconcertanti del dipinto va senza dubbio annoverato il diverso trattamento catrottico dei due soli soggetti che si riflettono nello specchio, ovvero dell'uomo e del libro" [p.13]
La via di fuga per l'uomo è quella di "vietare la riproduzione", di fuoriuscire dalla logica del riflesso speculare, di riuscire ad operare un salto, uno scarto, asimmetrico, fuori campo rispetto al riflesso speculare. Di evitare perciò il già visto, di allontanarsi dalla ripetizione.
L'uomo vede sé di spalle nello specchio.
Il libro riflesso nello specchio è il romanzo di Poe Le avventure di Gordon Pym il cui protagonista si spinge fino alla fine del mondo e, in un finale senza conclusione, ha una visione del tutto enigmatica e ai confini tra reale e immaginario.
Lo spazio della resistenza, della non-coincidenza con il già visto, con il già detto, con il già riprodotto vive negli interstizi tra un reale/virtuale copia e un reale/virtuale creazione .
In ogni caso, è solo oltre il riflesso speculare, e perciò sulla soglia dello specchio, che si può dilatare lo spazio dell'immaginario, della creatività.
Che questo spazio si nutra di trama o ne rompa gli schemi, prenda forma attraverso parole usate e vive o attraverso altri stili, credo sia alla fin fine poco rilevante.
L'indipendenza sta nello sguardo che è capace di vietare la riproduzione.
3
Imago
(di fernirosso)
Più che l'impossibilità di ri-pro-dursi, che in verità avviene anche inconsapevolmente o al traino della vita stessa, penso che l'im-mago (poichè di magia e maya si tratta) sia da cercare nel verbo vedere. Vi-deo: la divinità non si mostra ed è mostruosa nel suo apparire.Dunque l'uomo, a sua immagine e somiglianza, non ha volto, poiché è sempre ri-volto altrove, attraverso uno sguardo che è un guado alla sua cecità. L'uomo non vede fuori di sé, ma costantemente pro-ietta fuori il se stesso che in lui, quasi come in-tende la divinità, attraverso un suo af-fermarsi nella creazione, luogo del margine e dell'immagine di una forma, orma mutevole e dunque non catturabile.Lo specchio è un'acqua in-stabile che non vede che gocce ed ogni goccia è scomposta in una fondo, profondità dell'essere che non si svela mai se non in quel vedere il velo, la sindone di se stesso, morto e rinato, ma sempre oltre il presente che sente e vede da un passato, passaggio verso il futuro in cui si pro-tende, per trovare i suoi ac-campa-menti. La mente tinge, di-pinge la sua te-la e sa che il colore è un prima e la cristallizzazione del pigmento una luce da millenni fa che vorrebbe illu-minare le porte chiuse del domani:casa del d'io e del dio, assiso in un corpo che scorre, nelle mille gocce di ogni altro essere, di ogni altro vivente che attraversa la sua vi(t)a.
4
La letteratura compagna fedele
(di Minerva84)
Calvino raccontava che già da bambino la sua vita era stata permeata da sensazioni fisiche, tangibili e intense legate alla lettura.
La letteratura diventava parte integrante della sua giornata, una compagna fedele.
Ricordava il suo incontro con Gordon Pym di Poe oppure con Kipling e le sue avventure fantastiche e diceva di aver riletto quelle opere per testare la riproducibilità delle emozioni che aveva provato.
Due esperienze possibili grazie all'opera letteraria, alla scrittura: l'emozione immediata e la riproducibilità, all'infinito, a ogni lettura, con sfumature però sempre differenti.
La sua scrittura nasce come lettura e in tutte le interviste rilasciate testimonia come lo scrivere fosse una parte imprescindibile del suo essere, come scrivesse pensando ad un lettore più avanzato, più in là del suo stesso immaginario.
In ogni suo libro i libri diventano protagonisti e con loro la lettura.
Non sempre però queste sono presentate con la stessa valutazione circa il rapporto fra vita e scrittura/lettura.
Nel Visconte dimezzato assistiamo a una scena piuttosto divertente. La parte buona del visconte legge a Pamela (fanciulla di cui è invaghito) un passo della Gerusalemme liberata. Pamela è annoiata, ma ecco arrivare la metà malvagia del visconte che taglia di netto a colpi di spada il libro in tante piccole parti. Pamela sorride divertita e Calvino ci mostra un rapporto fra scrittura e vita che pende verso la vera vita vissuta, le emozioni di prima mano, la forza del reale contro le fantasticherie del testo scritto. Stessa misera fine tocca al libro del bambino ricco che il figlio di Marcovaldo brucia insieme alle pile di regali che li circondano nel racconto. Libro che stava annoiando il piccolo benestante e che invece lo diverte quando diviene parte dell'attivo e vivo rogo. Poi Calvino ci mostra in un suo racconto un giovane studente che legge, ma invidia la vita vera vissuta da un semplice pastore. Le due vite sono condizioni separate, ma entrambe, prese in sé stesse, incompiute.
Il partigiano, accanito lettore del Super Giallo ne "Il sentiero dei nidi di ragno", è talmente preso dal mondo altro, dalla rappresentazione scritta di una differente realtà, che non abbandona la lettura nemmeno a fucile imbracciato mentre attende il passaggio dei tedeschi.
In un racconto del '49 poi scrittura e realtà si confondono: un gruppo di militari che sta seguendo le traccie di alcuni terroristi segue la voce che dall'interno di un'abitazione parla di armi, nascondigli e loschi traffici. Credono di aver trovato un covo e invece aprendo la porta dell'appartamento trovano solo una ragazza che, completamente assorta nella lettura, declama ad alta voce un brano di un romanzo avventuroso.
La scrittura che confonde, che mescola le carte in tavola, che porta le persone a sovrapporre realtà vera e immaginaria.
Viene poi l'amante lettore de "L'avventura di un lettore", così preso dal suo libro da avvicinarsi alla lettrice di rivista, anche lei completamente assorta, e unirsi a lei senza mai abbandonare il suo mondo di carta, quella scrittura che l'ha stregato e portato in un mondo altro da cui non può separarsi nemmeno sotto la spinta delle pulsioni vitali della realtà vera.
E il brigante de "Il barone rampante", letteralmente sedotto dai libri che Cosimo gli fornisce, concupito dal testo scritto abbassa la guardia e viene catturato dai poliziotti e condotto in carcere. Abbandona la vita vera per la vita altra che la scrittura gli offre, si priva della libertà per la libertà della lettura.
Infine la Lettrice con la L maiuscola, Ludmilla. Lei che legge con i capelli rovesciati in avanti, che non abbandona mai il libro con le sue parole stampate. Che vive in simbiosi con la scrittura.
L'ambigua visione del rapporto fra scrittura e realtà non viene mai risolta in modo univoco da Calvino. Con un sorriso ambiguo sembra indicarci che i due mondi, quello in cui viviamo e quello stampato nei caratteri che compongono i nostri libri, non dovrebbero mai essere separati. Una frattura infatti genera squilibri e situazioni anomale: incompiutezza.
La vita non può essere sostituita dalla scrittura, che la riproduce, la amplifica, la trasforma, ma parte sempre da essa. D'altra parte una vita senza scrittura sarebbe effimera e troppo con "i piedi per terra".
Infine vorrei citare una poesia di Ungaretti, altro mio pallino effettivamente, che spiega bene (ovviamente in relazione alla scrittura poetica) il rapporto fra reale e parola scritta.
Commiato
Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l'umanità
la propria vita
fioriti della parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento.
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso.
Insomma,la vita senza scrittura è semplice realtà. L'io è solo l'io. Ma con la scrittura, con l'opera letteraria assurge a qualcosa di più, qualcosa che va oltre, che crea, che nobilita. Qualcosa che fissa per sempre cose, persone e sentimenti e permette la loro "eterna" fruizione. Che la scrittura per la vita significhi immortalità forse?
Uno strumento per diventare eterni.
La vita "fiorita delle parole" non è più solo un esistenza, è eternità e chi legge un pezzetto di questa eternità può vivere per un momento la felice illusione di essere astorico nel dialogo con autori che non sono più.
5
Scrivere
(di fernirosso)
S C R I- V E R E: scri-bere
Scribere: un verbo che ha in sé la sonorità del segno mentre viene inciso, praticato con il graffio dello stilo, il prolungamento del dito, dell’arto che si fa arte e bere (bi-bere: bi-be-re, la prima e la seconda sillaba bi-be che poi ricorda li(e)be, amore, pronunciate entrambi sulle labbra e all’interno della bocca, contro il palato verso le labbra). Dire: di-cere. Graffiare la tavoletta di cera e graffiare l’aria o anche l’anima, o la mente, mollemente cedevole sotto l’impulso del suono che incede nell’o(re)cchio, già visione e dunque anche occhio dell’io, e bere, anzi bi-bere il senso, il sapore del graffio, del segno (ambiguo) lasciato per scire, capire, in-tendere. Come sono in-credibili le parole, vero? Un regno…oppure un ragno t e s s e n t e. E mi avvolgo, come fosse una veste, o una sindone.
Ma serve scrivere quando sono in pochi a com-prendere il/un senso?
Per quanto mi riguarda penso che ci sia un momento, nella vita di ciascuno, in cui ciò che ci pareva “un enigma” si apre e noi, solo noi, in quel preciso momento, per quella chiave che ci è capitata in mano, riusciamo ad aprire la porta ed entrare, non tanto nella poesia o nel testo o in un voca-bolo, ma nel luogo che conteneva quella parte di noi che ora riesce (doppio significato: uscire ed essere capace ) a parlarci e a dirsi.
Il senso catalogabile, quello per cui ci sentiamo normal-mente tutti sulla stessa linea, non credo proprio esista, è un’arrangia-mento per temere meno l’isola- mento, la “soletudine” di cui godiamo: noi siamo, ciascuno per sé un sole che illumina, ma anche tramonta, in cicli che aspettano che in noi si maturi la vita. Qui, infatti, era alla vita e al suo legame con la morte (che a me piace trasformare così:l’a/mor/te) cui facevo riferimento e al fatto che l’una con-tiene l’altra, in un solo asse o sé. Spezzando l’ostia di un voca-bolo (bolum: cibo che nutre) ancora oggi, là dove si pensava al solo (sole, dico io) significato chiuso e concluso che comune-mente gli si è assegnato,una volta per tutte, se ne trovano invece altri: “soli” per noi.
Nulla,di ciò che ognuno di noi scrive, ha realmente solo il senso che collettivamente si può leggere o diciamo di leggere e che in realtà è stato e-letto da una interpretazione singolare di un individuo, diventata poi patrimonio di tutti gli altri. A volte basterebbe la sola inflessione della voce per modificare una parola, il suo intimo paesaggio, quello che chi la pronuncia ha in sé nel dirla, nel ri-portarla. La parte superficiale, per così dire, è il senso comune, quello che, per capirci, come si usa dire, utilizziamo ma, dentro la parola, c’è una voce segreta che, per ognuno di noi, ha un territorio diverso da mostrare. E’ attraverso quel territorio che una parola, che magari dicevamo o abbiamo detto milioni di volte, ad un certo punto cambia, ci cambia il mondo davanti agli occhi e noi non siamo più quelli di prima ma altri, che solo noi vediamo, conosciamo, gli altri non riescono a vedere così. Personalmente sono un’amante delle parole, le amo davvero con profondo entusiasmo (nel significato originario:uscire fuori di sé, restare invasati dal dio…o dal d’io..in fondo non fa una enorme differenza per ciò che tento di spiegarti). Per me le parole, anche quelle più insignificanti, sono come lance (lancia, oltre al verbo, è una barca di salvataggio ed è un oggetto acumi-nato: hai visto come spezzando la parola il suo senso sia cambiato? Ecco, io sto giocando con il dio, sono uscita da quel me che hanno scolarizzato in tanti anni erudendomi di teorie su teo-rie e ora mi faccio maestra di me stessa, at-tra-verso il voca-bolo, un cibo che mi nutre.
Non smetto mai di praticare questo tipo di comunione con le parole e scopro ogni giorno meraviglie nuove, poichè tra l’altro, studiando la loro origine,mi ritrovo dentro ciò che la sensibilità, più che la conoscenza reale, mi dona. Non credo siano molti quelli che conoscono l’origine delle parole, non solo dal greco, ma da prima, dal segno-suono che dice le cose: la creazione insomma, ad-amo nel giardino della terra che crea l’universo tutto, come ancora oggi fanno i bambini. La creazione avviene ancora, attraverso la poesia, che lascia ad ogni lettore, se davvero è una buona poesia, la possibilità di percorrerla come gli argonauti alla ricerca del vello. Dentro la pancia di poesia c’è nascosto, sotto un corpo di-verso, il mito. Se la parola racconta come le didascalie i fatti di un giorno, senza permettere ad una porta di aprirsi su un altrove, o di chiudersi sul “normale”, sul con-forme, allora non è poesia, è scrittura, segno, racconto…non poesia:lab-oratorio dell’intimo di ognuno, quindi di-verso per ognuno. Le persone sono già in cammino, ciascuna sul proprio personale per-cor-so, capita che i percorsi s’intreccino ed è la, nel croce-via che si può trovare, da un vocabolo di un altro, il bolo per se stessi. Ringraziando,ferni
24/06/2008
Nuovo esperimento insieme. Dare luogo in questo post ad una galleria di ritratti letterari. Chiunque può esprimersi e scrivere in un commento il ritratto, che verrà pubblicato di seguito, così che i nostri personaggi, i nostri fantasmi, le ombre dei visi del nostro immaginario possano, in un certo modo, farsi compagnia e stringere sodalizi, in un bel gioco di specchi tra di noi e le vite che ci abitano.
Per stimolare l’esercizio della creatività vengono pubblicati frutti della propria penna. In prosa o in versi. Apro la galleria, chi vuole mi segua…
1
Ritratto di chi conosco appena
Ha la serenità di una porta chiusa.
Nessuno arriva al maniero di fragilità
del suo passo così diritto,
dei luoghi comuni passeggiati a parole,
da persona che teme sé
più della propria ombra
Ha la faccia di quelli che attendono
di vincere
con il sorriso in mano
nell’altra
il giornale chiuso
(Daniele Muriano)
2
my dearest...
ecco che ci parli della genitalità dell'anima ,di come l'io corporeo prende forma e si deforma..
in ogni tua cosa ognun*legge un brandello di se stesso ,questo è l'uso generoso che fai della parola..dove ti fondi e diffondi come lo scultore faceva con la colata di rame incandescente.
e ne esce la scultura dell'immanenza,del martirio e dell'estasi.
di tutti i nostri desideri e sogni infranti e affranti.anche se ciò che dici è contaminazione d'altro e altri/e ,sei tu il filtro e l'imbuto da cui si origina la forma.
ne esce perfino la mia vertigine pansessuale nell'identificarmi sempre,come se tu mi stessi fottendo davvero.
come se tu fossi ,e per me lo sei,l'artista e l'artigiano che forgia l'oro e i metalli preziosi.
Levigatore di diamanti grezzi,
incisore di filigrana.
(orsarossa)
3
Memoria di Bruno
Si ricordano
di coloro che più non sono
le più strane cose.
Di te una torta di carote,
gusto genuino,
sapore,
come le battute veraci
che da te sfornava
l’indole mediterranea,
tra il naso aquilino
e un aguzzo mento.
C’è, nella rubrica,
il tuo indirizzo
ancora,
ma quando lo vedo
non posso cancellarlo via,
perché non crede la mia stolta
pienezza di vita
che non si possa rispondere
da dove tu sei.
(Federica - riuriuchiu)
4
Sei nell’ombra dei miei giorni una luce cristallina. La mia ancora contro la deriva. Divieni di fronte a me il Dio Tritone, possente e bello, nella sua rude maestosità. Il sorriso e lo sguardo malandrino eccitano desideri nascosti e scaldano il mio cuore che procedeva da tempo oramai per inerzia. La mia strada è la tua strada, parallele un tempo, ora incrociate. Distingui il dolce dall’amaro e lo poni a me con sicuro piglio guerriero. Instancabile alla luce del tramonto è il tuo io fiero e leggiadro che danza sulle onde della riva verso di me, ancora fresca e acerba ma pronta a ricevere il frutto.
(modalogia)
5
Ritratto di un dongiovanni politicizzato.
Trattava le idee come le donne: si innamorava sempre, ma poi le tradiva tutte.
(galatea72)
6
Via Col Vento
Il Vento è stato un ragazzino magro e scanzonato, che in una foto sorride in mezzo a delle bimbe rotonde, con i costumi accosciati, e il neo sulla guancia – immarcescibile. Erotismo preistorico. Iconografia in stile Esther Wylliams.
Ancora. Il vento, prima di un comunista è stato un fascista. Un fascista che andava a fare la guerra su un cammello, nel profondo dell’Africa. Della qual cosa si pentì per fortuna, ma nella foto che ho trovato sorride, strafottente, e gagliardo. E’ un giovane bianco, un piccolo conquistatore, un Giusto. Con il fucile vicino ai pantaloni a sbuffo. Un Vero Fascista.
(Madleinette numero uno: Non dire mai al nonno che è ignorante. Il nonno non ha potuto studiare e ha sofferto molto per questo, te sei una bambina viziata. Il Vento è andato a lavorare ragazzino che soldi non ce n’erano. Così mi diceva Zarina Barricaderovna, invece laureata e professoressa nei licei.)
E aveva una zia Tina, il Vento, la zia Tina fascistissima anch’essa, che durante la guerra scriveva cartoline di Natale:
A: Caporale Via Col Vento
Comando Superiore
Ufficio Relazioni
A.S.Superlibia
Posta Militare.
22-12-42’. XX°
“Mio Caro Vento, queste poche righe perché tu possa ricevere gli auguri della zia per il primo Natale, che il bambino Gesù vi protegga tutti e ci guidi verso la vittoria. Un bel bacione a tutti. Zia TIna
Dietro, una foto della Tina Medesima, vestita da certa “Suor Agnese” protagonista di uno spettacolo teatrale di tipo presumibilmente edificante pulp, dal nome “Mese Mariano”.
Una donna grassoccia e volitiva.
(Madleienette numero due: si nonno è stato in Africa. Era molto molto giovane, e non capiva. Si sbagliò – poi non è mai stato contento. Poi passò dall’altra parte e fece la resistenza)
Il vento è stato un uomo innamorato. In una foto c’è lui che balla con la Zarina. Alta e secca bionda cenere, e rigida come un manico di scopa. E’ una bella foto, lei ha un vestito bianco e ride, con le sue caviglie sottili e il collo lungo. Si amano già ma ballano malissimo. Pure, la scatola è sommersa di foto della Zarina. Zarina seduta sul belvedere di un paese. Zarina che guarda una pianta di giglio, Zarina che gioca con un cane sulla spiaggia. Zarina magnifica regina dello sguardo del Vento.
(Madleinette numero tre: ricordati zauberilla: un matrimonio prima va a letto e poi va altrove.)
Il Vento è stato un eroe della fondazione, e un comunista d’ordinanza. Andava nelle Russie colla Zarina, e tornava con spillette, e cartoline colorate. Marx e Engels che chiacchierano scopliti nella pietra. Il Vento andava in visita nelle scuole assieme alla Zarina. C’è una serie di foto curiose. Il vento circondato da piccolini e dalle maestre, che bonariamente consegna delle uova di pasqua ai pargolini.
La Zarina, con dei tremendi occhiali in stile Kruschov, fuma e cicca in testa a uno di loro.
(Madleinette numero quattro: A tuo nonno sono sempre piaciuti i bambini. Zauberilla, io per me, ne farei volentieri a meno. Frignano)
Il Vento è stato un vecchio grande e sognatore. C’è una foto grandissima, dove tiene un comizio, davanti a una platea toscana di paese. Platea di soli maschi, ai lati “stock ottantaquatro” “articoli di caccia e pesca”.
E poi c’è un’altra foto grandissima. Il Vento guarda di profilo e tiene in braccio una bimba che sorride. Sono su una nave, davanti c’è Capraia.
(Madleinette numero cinque: Zauberillina guarda. L’isola è all’orizzonte.)
(zauberei)
7
Dire che viveva vicino alla ferrovia è riduttivo. Quando passava il treno le conversazioni si interrompavano e i suppellettili cantavano. La leggenda narra che qualcuno si sia anche rotto, ma probabilmente era solo perché a zio Peppe non piacevano i fronzoli. Lui era concreto, integro e tifava per il Bologna. Basterebbe questo.
Sono convinto che a zio Peppe i treni piacessero, anche se ad ogni treno che passava si stizziva un po'. Non gliel'ho mai chiesto, non potrò mai più chiederglielo.
Zio Peppe alla fine del pranzo o della cena ti offriva il Caffè Sport Borghetti e una partita a scopa o a briscola non la negava a nessuno. Se non sai cosa fare prendi gli ori.
Zio Peppe seguiva le partite alla radio e scriveva su un foglio chi segnava e a che minuto. Lo facevo anch'io nei lunghi e noiosi pomeriggi domenicali aspettando il lunedì per tornare a scuola, o al lavoro, quando ancora aveva un senso aspettare un gol alla radio.
Zio Peppe mi regalò una racchetta da tennis. Da qualche parte a casa ci dovrebbe ancora essere. L'ho usata poche di volte, in realtà il tennis giocato non mi è mai piaciuto molto, ma quella racchetta l'adoravo.
Zio Peppe la sera ci dava il cornetto Algida. Lo andava a comprare al lido in fondo alla via e lo offriva a tutti i presenti. Quello che finisce con il cono pieno di cioccolato, quello che non vedi l'ora di finirlo per quella sorpresa di cioccolato.
Zio Peppe e la casa vicino alla ferrovia.
E il treno che passava dentro la casa.
Zio Peppe che stette in chiesa per tutte le tre ore di quell'assurda cerimonia quando i più facevano avanti e indietro tra la chiesa e la festa nella vicina piazza del paese.
Zio Peppe che mi veniva a prendere in stazione e poi mi riaccompagnava due giorni dopo.
Ai treni che passano ci si abitua a quelli che non tornano no.
Zio Peppe mi regalò una racchetta da tennis. Da qualche parte a casa ci dovrebbe ancora essere. L'ho usata poche di volte, in realtà il tennis giocato non mi è mai piaciuto molto, ma quella racchetta l'adoravo.
Zio Peppe la sera ci dava il cornetto Algida. Lo andava a comprare al lido in fondo alla via e lo offriva a tutti i presenti. Quello che finisce con il cono pieno di cioccolato, quello che non vedi l'ora di finirlo per quella sorpresa di cioccolato.
Zio Peppe e la casa vicino alla ferrovia.
E il treno che passava dentro la casa.
Zio Peppe che stette in chiesa per tutte le tre ore di quell'assurda cerimonia quando i più facevano avanti e indietro tra la chiesa e la festa nella vicina piazza del paese.
Zio Peppe che mi veniva a prendere in stazione e poi mi riaccompagnava due giorni dopo.
Ai treni che passano ci si abitua a quelli che non tornano no.
(Attraverso)
8
Mentre tornavo a casa quel pomeriggio, ebbi una visione celestiale.
L'amico del cuore apparve all'improvviso, in mezzo alla strada, contro sole, avanzando verso di me e sorridendo.
Sembrava la scena di un film, tanto era il pathos che il suddetto riusciva a suscitare. Era come se gli uccellini improvvisamente cantassero per lui, i fiori sbocciassero per lui e di sottofondo fosse partita una musica dolce e mistica per introdurre il nostro.
Avete presente, quando siete in movimento, e con la coda dell’occhio notate qualcosa di irresistibile che cattura la vostra attenzione ed è come se il tempo si fermasse e sembra di stare in un film o in un'epifania joyciana?
Così avvenne. E la visione celestiale era l’amico del cuore, alto, in piedi, con la camicia bianca, gli occhiali con la montatura leggera argentata che parlava e gesticolava.
Insomma, quando si è belli si è belli, c’è poco da fare.
Avete voglia di dire: sì, non è bello, ma ha altre qualità, è dolce, simpatico, fa la sua bella figura lo stesso.
No, no, quando si è come l’amico del cuore, è tutta un’altra cosa.
(quest)
9
Avevo sedici anni quando sei nato. Continuo a ripetermelo mentre ti guardo al di sopra del monitor.
Avevo sedici anni quando tua madre ti partoriva, suo primogenito amatissimo, bello e scuro, dagli occhi grandi.
Avevo sedici anni e ricordavo Neil Armstrong che muoveva i primi passi sulla sabbia grigia della Luna. Ricordavo l’emozione del primo telefono con la ghiera dei numeri installato nella stanza da letto di mia madre. Ricordavo le prime trasmissioni a colori dopo anni e anni di appassionante bianco e nero. Ricordavo Canzonissima e la Tv dei Ragazzi alle cinque del pomeriggio.
E le canzoni. I primissimi, inconsapevoli struggimenti con Claudio Baglioni, la filastrocca di Umberto Tozzi che scandiva Ti-a-mo, il falsetto di Anima mia.
Avevo sedici anni io quando tu hai lanciato al mondo il tuo primo vagito, eppure adesso quelle canzoni che tu hai trovato gia’ pronte, gia’ famose, gia’ passate, vorrei dedicartele tutte.
Piccolo grande amore - E dammi il tuo vino leggero, che hai fatto quando non c’ero -Andava a piedi nudi per la strada, mi vide e come un’ombra mi seguì.
Tu mi segui? Perché lo fai, dal basso dei tuoi anni così diversi dai miei?
Sedici marzo, il trentennale della strage di via Fani. Ne parliamo e tu, quel giorno, non c’eri. Io ero a scuola, già liceo classico, già tentativo di impegno sociale e politico, adolescente insicura e involuta. Tu non eri neanche stato concepito.
Guardo la luce di questo sole primaverile brillarti sui capelli, neri, lisci. Deve essere bello farseli scorrere tra le dita.
Non succederà, anche se vorrei vedere in te solo l’uomo dalle mani forti, dal sorriso che circonda, dallo sguardo che penetra mentre ascolti le mie chiacchiere.
Mi cerchi, mi segui.
Avevo sedici anni quando sei nato, amore. Non posso dimenticarlo.
(Laura/lauraetlory)
10
io credo che tu sia semplicemente un solitario.tutto qua.le persone solitarie spesso appaiono molto estroverse.in compagnia sono amabili.sul lavoro molto precise ed efficienti.è l'unico modo che conoscono per non rimanere sempre chiuse nell'armadio.
è difficile riconoscere i veri solitari.loro non vogliono annoiare gli altri.sembrano quasi sempre a loro agio.in compagnia sembra che si divertano molto e gli altri li trovano divertenti e molto brillanti.
i solitari conoscono l'arte di scomparire a se stessi.di rimanere in un luogo.di fare perfettamente un lavoro e nello stesso momento di essere completamente da un'altra parte.
è un gioco che hanno imparato da bambini.un gioco doloroso.ma necessario.
perchè i solitari devono disciplinarsi da soli per vivere.
devono convincersi .
è il loro modo di amarsi e ferirsi al tempo stesso.
La paura dei solitari non è paura della gente.
è consapevolezza della propria fatica.della propria solitudine.
chi conose profondamente un solitario diverrà suo amico in modo profondo.se lui lo lascerà entrare nel suo cerchio magico.con gli altri sarà sempre gentile e generoso.il solitario sa quanto è complicato essere così.non pretende mai che gli altri lo comprendano.non farà mai la vittima.
farà il pagliaccio anche ad un funerale.
il solitario vero non è,come tutti credono,uno che sta sempre seduto in un angolo da solo.
il solitario ha tanta gente intorno.
L'angolo VUOTO è nella sua testa.
(orsarossa)
11
Ritratto di un personaggio Idiota ma...Zen
Chi sia lui ancora non si sa bene
e cosa sia nato a fare nemmeno
questo ci è dato a sapere
Sappiamo solo che
vive in grandi spazi aperti,
fotografie piene di luce e colore,
al confine tra il tramonto e l' aurora
dove più sottile è la distanza
che ci separa dalla Divina Essenza
e dove l'ispirazione gli consente
la libera esternazione di idee,
frasi, concetti e parole
libere di fluttuare in universi paralleli
di libere associazioni scevre dai
vincoli di logicità e coerenza
Non gli appartiene il mondo
come a noi ci appare,
non gli appertiene il comune senso
logico delle cose come
noi lo intendiamo comunemente
Vive "sul confine", in bilico tra il mondo
dell'assurdo e quello del buon senso
strappandoci spesso una risata
terapeutica, in situazioni
che normalmente evocano
riflessioni di altra natura
Ci fa o ci è? E' un saggio o è un idiota?
C'entra qualcosa con la filosofia Zen o
è lei a stargli troppo stretta?
Troppe domande
Troppa razionalità
Non ha spessore, non ha voce,
non ha età, non ha fisicità
e nemmeno "vita propria".
Forse davvero non c'è ma se c'è, esiste e
vive a modo suo, nell'attimo esatto in cui
si materializza e prende forma dai pochi tratti
di inchiostro del pennarello tenuto
morbido nella mia mano,
nell'attimo esatto in cui si poggia
sul foglio bianco e gli da così Vita
ancora una volta...
(pv64)
12
ritratto riflesso
Trasporta le immagini
nel vento il sogno, e
si ferma nel mezzo
tra me e lo specchio
siede il tuo volto
chiaroscuro profondo
e lo riscopro
nelle fragili
sembianze
familiare, e
- guardami -
al mio identico
(madmapelli)
13
Aurora
Faccia tonda di ventre materno
su respiri di terra e occhi di mare
ti sento d'acqua e colori
e nel tuo nome rifletto mi riverso vita
(evenevil)
14
mAgIa
..Apro gli occhi ..
e non ci sono più.
un nuovo giorno inizia
senza me.
(BESTIO)
15
Ritratto di un volto
dico che nulla
cambia
sempre quel grigiore
del pallore
dei nostri volti
il fondotinta s'intona
con la pelle
sino al calar
della tapparella
allora uno specchio
ci guarda
severo prova
vergogna
per quel viso
nascosto
come il nostro corpo
(Marco Saya)
16
L'abitudinario
Era un uomo preciso ed ordinato. Non sopportava che gli scombinassero sul tavolo le matite, o nella testa le idee.
il Grande Maestro.
Il Grande Maestro ha uno sguardo che indaga l’infinito.
Il Grande Maestro fissa un punto lontano, inconoscibile, al di là dell’orizzonte.
Il Grande Maestro lo cerca, con pervicacia, quel punto.
Il Grande Maestro, infatti, è miope.
(galatea72)
17
mi guidi quando il vuoto si respinge sulle livide labbra. non puo' essere malattia la tua immane voglia di socchiudere le nuvole sotto l'amarezza di un mare che lamenta il tuo vacillare. cadi. sui suoli il tuo rumore e' un battito che si espande e rende vive le prime radici di fiori che non raccogliamo perche' fanno ombra alle formiche.
sei manesca nell'accarezzare i gelosi della tua meraviglia sotto dita di onirica malavoglia. un vuoto puo' non essere riempito, mi dici. e io cammino sul filo del tuo iracondo respiro. potrei togliermi le spine, ma mi piace abbracciarti insanguinata. siamo vene otturate per un cuore di salsedine. lungi dal volerci bene. le crisalidi non diventerebbero farfalle, se solo potessero.
/ecco. tieni. assaggia il fogliame e masticami ingoiando le rughe.il violento che ci spaventa, e' la dolcezza che siamo/
(pobesnelazarja)
18
Ero entrata a dare un'occhiatina alla corte del Gran Mogol. Mi immaginavo sfarzi, cineserie, velluti e tendaggi preziosi e invece c'era silenzio e solitudine. Malboro e bibite ghiacciate. Giornali in varie lingue sparsi sul letto e lenzuola di seta. Ansia, lucidità, determinazione, caldo, sudore. Un ventilatore sul soffitto. Un arredamento caldo e moderno. Una luce soffusa a metà altezza che lanciava ombre ovunque. Un desktop caldo seppiato. E caldo, bellezza, lusso, classe, ma tanto caldo. E tanta ansia, ma tanta tanta ansia.
(alsoit)
19
DIDONE
Ti avrei dato Cartagine, l’Africa e tutta la mia vita; ma le tue vele ormai volgono già verso Occidente.
E’ difficile durare più di questo istante, mentre lascio che la tua spada troiana mi trafigga per l’ultima volta.
(aitan)
20
Matteo
lui è un angelo terrestre
fragile
come cristallo puro e limpido
timido
chiuso in fondo alla sua isola
dietro i suoi occhi la solitudine
quel buco nero che lo spinge giù
getta nel vuoto il suo disagio
vola nell'aria di Torino
a noi resta un mare di amarezza
la visione di una possibile salvezza
(morganik)
21
Ritratto 1
All’incrocio di bretelle
il direttore di sala danza
col capo biondo ben rasato
nel colletto bianco inamidato
dentro la giacca scura sorridente
la sua camicia vince ogni mattina
- da tre anni convinta della meta -
con un gesto il disordine del mondo.
Ritratto 2
Balli a tempo capitan uncino
dimenando un corpo tutto curve
con movenze buffe da bambina
le balze della gonna tra le gambe
bianca di sangallo a balze larghe
hai voglia ancora di giocare
ma un fiore a seno alto
t’è cresciuto in fretta
sopra il cuore.
(alivento)
22
Il Grande Personaggio era ossessionato dal culto della propria immagine ed era spesso attorniato da tutte quelle figure che dovevano controllare che il suo aspetto fosse impeccabile....Ma se non c'erano nei paraggi sarti e parrucchieri evitava di restare a lungo da solo davanti a uno specchio: non voleva correre il rischio che l'Altro lo costringesse a deporre le sue troppe maschere quotidiane per tornare ad essere, anche solo per un momento, il vero se stesso.
(anna58)
23
Am i ok inside here ? . I feel unsafe..
Dont worry , It' s fine .. we are all friends here , Can we start ?
Yes start..
What is your name ?
I am O. C.
How do you feel ?
Beaten . Life has beaten me ,
i used to think when i'd get old i would have some happy memories ,
i never remember my self being happy . my marriage you ..these were enough to drive me crazy..
Talk to me about me ..
I always knew , always , and when you first told me you were only 13 years old , it drove me mad .
What about my father ?
He found about later , he felt ashamed .
Do you miss him?
No , i had stopped loving him long before i gave birth to you . i would say that when he died , i felt a kind of relief . Maybe that is why God is punishing me .
What do you thing now Death is? ...
Death hurts ...Something inside you tears apart . Even when your father died
i felt sad . Not because he died ...
but because he left ...
he left my bed ..i miss his arms , the sharing of the sleep .
that is what i miss .
What do you think about my death ?
It hurts God it hurts , but i will stand by your side .
Do you hate me? ...
No , i dont hate you ..i would have hated you if you give up . If you kill yourself . but even then i would have forgiven you.. I love you too much to hate you ..and you , do you hate me? .
No mother .....i love you........
[ ritratto di una Madre Morta - tramite intervista ]
(lefty)
24
Ri-tratto
Seduto sulla panca sembra piccolo. Al giro di una colonna agli occhi che si incrociano. è uno scatto la testa arretra il muro non lo inghiotte.
lo sguardo cala. Passa innanzi.
Fissi gli occhi dispersi nel silenzio di una parola che non esce di un nome che non trova. Le labbra finalmente muove. Si alza è un balzo. Aperto è il pastrano che si risiede. Richiude parole rincorse tra i vuoti di una distratta memoria, accanto un superfluo spettatore. Diverso è il ricordo non è lo stesso presente. Ah! Sei tu. Si, sono io. ..E tu dove sei.
(biri)
25
La zingara
Al semaforo le chiedo:
"Ma sei più ricca, qui?"
La disperazione scivola al mio fianco,
mi accompagna nell’open space,
che fastidio!
Tutte quelle voci all’unisono!
Preferivo la povertà del suo silenzio…
(Marco Saya)
26
d arsi
i nnamorarsi
u nica
n otte
s epolta
e sangue
g emma
r ossa
e sausta
t emuta
o ra
d ove
o ramai
l a
o tterrò..
r icordando
e eternamente?
(Bestio)
27
Giulio e la vespa rossa
Giulio era un omino basso e dalle gambe storte. Era comunista sfegatato e mangiapreti indefesso, per cui ogni qualvolta si trattava di partecipare a processioni, comunioni o cresime dei nipoti piantava un comizio e rifiutava di aggregarsi al gruppo familiare.
Giulio era un omino dalla faccia tonda con un carattere stizzosissimo: lasciava il cane ad abbaiare sotto le finestre altrui per nottate intere e guai a dirgli qualcosa. Era un cacciatore appassionato e non esitava per questioni di confini a tirare fuori il fucile e farlo vedere.
Giulio sarebbe stato un personaggio triste e scomodo se non avesse avuto la moglie che lo metteva in riga.
La moglie di Giulio era un donnone molto più alta di lui e dal fisico statuario e fra di loro non credo di aver mai visto un gesto di comprensione o affetto. La moglie lo chiamava urlando "Sei un imbecilleeeee! Vieni qua!" e Giulio, stizzosissimo, spostandosi sulle sue gambe storte, tornava subito a casa cercando di contrastare quel donnone che lo sovrastava fisicamente e lo umiliava in pubblico moralmente (naturalmente allora le finestre e le porte di casa non si chiudevano e tutti sapevano tutto di tutti).
Giulio non aveva mai preso la patente, ma aveva un vespino rosso che guidava un po' malfermo, soprattutto negli ultimi anni quando il problema per lui era fermarsi, cioè mettere i piedi in terra e siccome quelle gambe non reggevano più, molte volte dovevano andare a riesumarlo dall'asfalto di qualche incrocio.
Sebbene avesse questo caratterino niente male, a casa sua nessuno lo prendeva sul serio dato che il bastone del comando, i pantaloni e anche qualcos'altro appartenevano alla moglie.
Così quando Giulio finì semi paralizzato su una sedia a rotelle, lo spasso più assoluto era sentire gli urli dei familiari che si rivolgevano a lui.
Non è che non gli volessero bene, anzi. A casa sua c'era sempre un via-vai di nipoti, nuore, cognati, sorelle, figli e fratelli. E' che lo consideravano un imbecille e così fino alla fine.
Così il rispettoso marito della figlia, gli urlava "Siete un imbecille e siete anche bugiardo!!! La minestra non l'avete mangiata ma l'avete data al caneeee!", e giù bestemmie ad oscurare il cielo (notare però che il genero allora dava al suocero del "voi").
La moglie continuava ad urlargli nelle orecchie "Razza di imbecille, lo vedi che ti sei vuotato tutta l'acqua addossoooo" e porca qui e madonna là.
Ma credetemi, le risate più grasse le facevamo quando sul far della sera arrivava il figlio a cambiargli il pannolone.
Il figlio cominciava con una sequela di bestemmie, madonne, cristi, dei e paternoster urlati a squarciagola nel momento in cui apriva il pannolone e ricordo una sera d'estate, le finestre spalancate, in cui il figlio si mise a piangere e ad urlare come se l'avessero sgozzato.
"Ma perchè sei capitato a meee??? Sei un imbecille, sei un cretinooo, ma che ho fatto di male per meritarmi uno come teee!" e giù sagrati a mille.
Quella sera il vicinato si zittì improvvisamente e un'aria di strana sacralità si sparse per tutta l'aere.
Che ci crediate o no, al funerale di Giulio, piansero tutti come vite tagliate, me compresa.
(Arrow)
28
Testimone.
Io ero la ragazzina che si vedeva dalla finestra, lui l’uomo con tutti e due i piedi nella vecchiaia. Fuori la Parigi della prima volta, strade lucide di sera, vetri e cocci, sogni, passi, cose magiche e borghesi.
Mi hanno preso la borsa. Cosa c’era dentro. C’erano i soldi, i documenti, il mio diario. Il tuo diario - è terribile. Si è terribile.
Ti do questa mia borsa non te la far prendere da nessuno.
Dentro la borsa ci ho trovato delle telefonate la sera. Delle tazze di té. Sono infelice aiutami tu. Delle patatine fritte alla brasserie le Lippe. Voglio curare l’altro. C’è troppa testa qui, non funzionerà. Scendi nelle tue gambe. A che pensi. Penso ai sogni - e alla morte. Facciamo due passi. Fammi prendere il bastone. Come ti senti bambina con questi capelli. Mi sento una leonessa.
Dentro ci ho trovato delle lacrime. Voglio vedere l’uomo che hai scelto. Un pranzo a rue Bonaparte. Guardale le mani, sono belle. Promettimi che avrai cura di lei.
Dentro ci ho trovato una lettera. Una penna. Un romanzo. Occhi per vedere le vite degli altri. Guardami, sono come la strega Blimunda. Se non mangio vedo dentro le viscere.
Dentro ci ho trovato delle parole. Sii felice. Ho letto cosa scrivi - il cuore è arrivato. Usalo per guardare il cuore dell’altro.
Lui è il mio testimone.
(zauberei)
29
E’ un uomo tutto vestito di nero, indossa un berretto con la visiera, ha occhi vivi e neri, la barba fitta e corta piena d’argento. Proteso in avanti si rivolge a due coppie con bambini che stanno disponendo sulla tavola di ferro tutto il cibo del loro pic nic al parco. Chiede qualcosa da mangiare. Una donna gli porge un panino. Lo vedo masticare lentamente il panino, con fame ma senza fretta. Rimane in piedi a masticare, le braccia e le mani sollevate verso la bocca. Quando ha finito il panino la donna gli chiede se vuole un toast. L’uomo fa segno di sì, senza parlare. Il marito della donna gli porge un piatto di plastica con un monumentale toast al prosciutto e formaggio, avvolto in un tovagliolo di carta. Soddisfatto, l’uomo fa un cenno di saluto, solo un segno con la testa e con gli occhi, e se ne va via tenendo il piatto con tutte e due le mani davanti al petto.
(melpunk)
30
Anna
Anna si alzò dal letto come se avesse appena finito di vedere un film.
Erano le cinque ed aveva tentato di addormentarsi solo poche ore prima. Arrivò al frigorifero seguendo la parete con la mano, senza bisogno di vedere. Aprì e bevve il latte direttamente dalla bottiglia in plastica morbida, freddo, facile, istantaneo.
Tornò al letto. Indosso la lunga gonna fiorata ed il maglione di lana che portava in ogni stagione. aggiustò i capelli con le mani ed uscì.
Doveva percorrere la strada nella quale abitava, arrivare all’angolo, attraversare la grande piazza con i pini abitati da una colonia di pappagalli verdi. All’angolo opposto della piazza partiva il lungo viale scanalato dalle lunghe rotaie del tram. Al palazzo rosso doveva girare a destra, passare davanti all’edicola, poi di nuovo a sinistra, salire le scale che portavano alla piazza con la chiesa, dunque superarla. Poi, la discesa, il capolinea degli autobus. Dopo pochi metri la villa. Entrava dall’ingresso sud. Percorreva il viale centrale seguendo l’ombra degli olmi. Usciva dall’ingresso nord. Al semaforo attraversava la strada. Imboccava il vicolo a sinistra, poi a destra e, pochi metri dopo, il portone di casa.
La sua passeggiata era durata circa due ore. Entrata in casa si toglieva le scarpe. Si siedeva sulla poltrona. Qualche minuto dopo, come ogni giorno, sarebbe scesa a comprare la sua bottiglia di latte da riporre in frigo. Nel pomeriggio si avvicinava al letto. Si sdraiava e rimaneva a guardare le venature nell’intonaco del soffitto. Le ore rendevano quelle venature lunghissime. La notte arrivava veloce. Si alzava. Toglieva la sua gonna ed il suo maglione. Guardava fuori dalla finestra i lampioni a luce gialla intermittente. Capiva che era ora di dormire, ma indugiava. Il letto poteva ancora attendere. Qualche ora dopo lo avrebbe raggiunto.
L’indomani si sarebbe alzata alla stessa ora, avrebbe bevuto il suo latte ed avrebbe fatto il suo giro.
Negli ultimi venti anni non aveva perso un solo metro del suo tragitto e non aveva mai usato vestiti diversi. Chi le dava qualche moneta cercava di allontanarsi in gran fretta. Anna non aveva un buon odore. Chi la guardava pensava che i suoi capelli incolti, ormai venati di bianco, nascondessero dei segreti. Eppure la sua testa era sgombra, priva di qualunque emozione. Un grande vuoto. Proprio come la sua vita.
Non parlava mai. Non piangeva. Non poteva essere nulla di più di un fantasma. Era andata via. Neanche il tempo di salutare i familiari.
Eppure, suo fratello, che la guarda da lontano mentre percorre il suo giro, spera sempre che cambi strada.
Le persone devono perdersi per riappropiarsi della propria vita.
Anna ora dorme.
(eventounico)
21/06/2008
Martedì, nello spazietto di "AAAA Cercasi letteratura", abbiamo intenzione di costruire una piccola "galleria" di ritratti letterari: poche parole che distinguano una persona, esistente o immaginaria. Testi, pura scrittura.
Non assomiglia a un concorso, ma ad un laboratorio di scrittura ibrido e collettivo.
Chiunque vuol collaborare si prepari pure il ritratto, lo inserisca martedì in un commento; verrà aggiunto subito alla galleria nel corpo del post!
Esempio di "ritratto d'autore" (Sandro Penna, Croce e delizia)
Il piccolo Vittorio è un innocente.
Ruba per ogni via, ma il suo sorriso
pare che dica: non ho fatto niente.
Non per bugia, ché non è bugia
la limpida espressione in un bel viso
di quello che nel mondo è detto il male
la limpida espressione naturale.
25/05/2008

Mi ha fatto bene leggere i racconti di Fabry.
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