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03/08/2008

Mi chiedo perché Internet faccia ancora paura. Possono esserci interessi e logiche di mercato, possono esserci pregiudizi resistenti.

 Ma credo ci sia anche qualcosa di più profondo che ha a che fare con la mancanza di una storia, e più precisamente la mancanza di una fine della storia. Se si può individuare un punto di inizio della rete, è davvero infondato dire come e dove la rete stessa finirà. Se posso guardare alla rete dal mio nodo (il mio blog, il mio twitter, il mio forum…) non posso in alcun modo vederne la fine.

Internet è la narrazione senza fine. Una narrazione quindi che spaventa di più perché non ci consente di narrare, di ricostruirne la trama, di circoscriverla.La rete in questo senso è un luogo in cui si rende vano uno dei più resistenti filoni dell’immaginario: il pensiero apocalittico. 

Ho provato a leggere Blues della fine del mondo di Ian McEwan, pensando al nostro abitare la rete:

Com’è possibile - si chiede lo scrittore - che persistano ancor oggi credenze millenaristiche, fanatismi religiosi, sette e ideologie che postulano l’esistenza di un futuro prevedibile e che arrivino a fissare una data in cui l’umanità intera sparirà?

Da dove traggono linfa vitale le leggende sul nostro decesso collettivo?:

Nel corso della storia l’umanità si è lasciata incantare da racconti che predicono la data e il modo della distruzione totale, sovente irrobustiti dal concetto di castigo divino e redenzione in extremis; l’estinzione della vita sul pianeta, gli ultimi giorni, il tempo della fine, l’apocalisse (p. 6)

Perché resistono? Perché sono teorie nate dal fatto che è inconoscibile il come e il momento in cui la civiltà intera scomparirà. Questo vuoto conoscitivo, la mancanza di certezze evidenti, ha generato appunto quei racconti. D’altra parte, la narrazione, il racconto che prevede un “inizio” e una “fine”, è una struttura connaturata al dare significato alla nostra esistenza:

la gente ha fame di questi annunci, il che ci rivela forse un aspetto della nostra natura, qualcosa che ha a che fare con la nozione profonda di tempo e con il nostro peso irrisorio nella sconfinata vastità dell’eterno, o dell’età dell’universo: in rapporto alla scala umana fa poca differenza dopo tutto. Abbiamo bisogno di un intreccio, di un racconto che argini la nostra irrilevanza nel fluire delle cose (p. 22)

Seconda questione: come uscirne? La risposta di McEwan è: attraverso la curiosità, soprattutto la curiosità scientifica che ci dà una “conoscenza genuina e verificabile del mondo” (p. 41)

Se la narrazione, la costruzione di una trama, la definizione di una fine sono processi essenziali al nostro pensarci nel mondo, è chiaro che abitare la rete - che si autogenera all’infinito - presuppone un salto in una dimensione esistenziale complessa. Un salto che non tutti sono disposti a fare barattando le sicurezze guadagnate con i rischi connessi alla curiosità, alla perdita del controllo e del centro, all'accettazione della nostra irrilevanza.

Riferimenti bibliografici
Ian McEwan, Blues della fine del mondo, Einaudi, Torino 2008; titolo originale End of the World Blues
Norman Cohn, I fanatici dell'apocalisse, Ed. di Comunità, Milano 1965
Frank Kermode, Il senso della fine: studi sulla teoria del romanzo, Sansoni, Milano 2004

 

postato da madmapelli | Permalink | | (pop-up)
tags: recensioni, bibliografia, dalla rete, ascesa dei blogger


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