Ogni mattina, non mi riconosco. Ho perso il conto delle vite in atto. Il presente mi è sconosciuto più del passato, di quel che ne resta ormai in memoria.
Mi sono costretta alla scrittura a penna, la mano che scalpella nella carta fra i quadretti e ho una sensazione antica nelle dita, nuova. Punto, come ho tracciato quel punto, lo ho sentito vero, fatto di colore, di china: profuma. La lettera m oscilla fra alti e bassi, si fa disegnare. Un tuffo nel Novecento, tutto racchiuso in una penna Bic.
I tasti sono il prolungamento della mia identità. Tramite loro, il mio essere anfibio ogni giorno si sviluppa secondo note variabili. Anche il mouse mi aiuta a infrangere il muro del digitale, ma è nella tastiera che passa il mio io epiteliale, quello che nasconde muscoli, pulsioni e visceri. Ticchetto come un pettirosso, spinta dal retro di una coscienza a stracciatella.
Il primo incontro in rete fu sotto falso nome e falsi numeri, mi ci trovavo bene, erano i miei. Era una piazza d’armi con cavalieri e mori. Io ero quello che mi ero sempre pensata e funzionava. Ma non mi bastava. Ho provato così l’altra me stessa, con movenze estreme, in un altro luogo – sempre rispettabile – che era collegato con il precedente. Iniziai a dialogare con la prima mia personalità, il sapore era di una partita a scacchi con me stessa, nascosta e però pubblica. C’era chi era con me e chi contro di me e così sempre con me. Da quel gradino in poi il salto è stato facile e mi sono moltiplicata, ramificata fra diverse età, sesso, lingue.
Io ora sono al loro servizio. Esisto per il loro mantenimento, hanno amici, relazioni, impegni. Alcune identità si sono autoeliminate con semplici assenze divenute mancanze. Altre mi piacciono molto, mi gratificano, sono io in concentrazione estrema, con una cultura wikipediana, una risposta sempre elegante, un coro di ammiratori. Le più aggressive servono per la psiche tesa, anche se sono faticose da sostenere. Le accomodanti mi divertono, le servili mi ipnotizzano, sono le più numerose, le assecondo con debolezza.
Ho anche iniziato quel maledetto gioco nel quale entro a caso in una discussione sconosciuta a caso (sempre più lontana da me) e decido a caso da che parte stare, a chi dare sempre ragione e via: non mi fermo più. Dice e io ridico, afferma e io confermo, polemizza e io mi accodo e la discussione appare sempre più vicina a me, fino a definirmi. Gli altri mi capiscono, mi scrivono “ho capito che tipo sei” “la penso come te”. Maledetto gioco, finisco per crederci anch’io.
In un libro forse di Vonnegut avevo letto che il modo di comportarsi in maniera gentile con tutti, anche quando era contrario al proprio pensiero, portava l’impiegato a diventava gentile dentro, per davvero. Succede anche a me: il puro esercizio formale si conclude in un’identità concreta.
Così come, viceversa, quando invece l’esprimere ciò che realmente sento o credo di pensare con convinzione, una volta espresso lì nelle linee orizzontali a frasi alterne, diventa strano, artificiale, alieno.
L’esempio del découpage si srotola subito da solo: capito di soppiatto in un blog di signore appassionate di ‘sta roba noiosa e inutile, inizio a chiedere consigli sul tipo di colla, colori, tovagliolini di carta. Mi ricollego ogni giorno più volte, inizio a dipingere un piatto ovale, sporco tutto il tavolo, mi appassiono, le signore sono amabili e spiritose, sono una di loro. Ci troviamo alle cinque per augurarci biscottini buoni e tea.
Il tennis viceversa è la mia seconda natura. Da quando sono piccola gioco pesante, mi difendo con angoli gagliardi, rimbalzi tosti, figuro per la mia agilità e resistenza, sia fisica sia mentale. Ho un gruppo di amici di racchetta trentennali. Non rispondo più alle loro chiamate, si sono già risentiti, non li vedrò più. Causa di tutto, quel maledetto forum su terra rossa, nel quale ho scritto fin troppo, fino alla nausea, non reggerò mai più un singolo fonema su questo sport, è talmente triviale, l’ho concluso per sempre.
Chi sono io lo diranno le mie identità uguali e contrarie, distanti e gemelle.
Da fuori tutto questo - intendo il fuori della penna Bic - io risulto un’escrescenza carnale simbiotica di una scatola elettrica che emette segnali audio-visivi. Ho scattato una fotografia per conferma.
Voci in Prosa/Ibridaprosa. Terzo racconto selezionato dalla giuria di Ibridamenti sul tema L'identità virtuale.